Caldonazzo e il lago visti dal Colle di TennaConosciuta in trentino come acacia o acàz, questa pianta originaria dell’America del Nord in tempi lontani è stata portata in Europa e in altri continenti e si è diffusa enormemente grazie alla sua adattabilità. Da noi cresce abbondante nelle zone di bassa quota, invadendo velocemente i prati e i campi abbandonati. Il legno è usato soprattutto per paleria nelle campagne e come ottima legna da ardere.

Il nome della robinia deriva da Jean Robin, farmacista e botanico del Re di Francia Enrico IV, che nel 1601 importò i semi dall’America e li seminò presso l’Orto Botanico di Parigi, dove sono ancora presenti i ricacci della prima pianta cresciuta. In Trentino la robinia cresce abbondante nelle zone di fondovalle e di collina, diventando sempre meno comune sopra i 1000 metri di quota. Ama la luce e riesce a crescere anche su terreni molto poveri di sostanze nutritive. Per questo motivo stenta ad affermarsi nei boschi fitti e ombrosi mentre colonizza velocemente i prati abbandonati e gli incolti, in particolare i vecchi terrazzamenti un tempo coltivati e oggi in abbandono (si dice che è una specie pioniera). Anche sul nostro territorio la diffusione della robinia è stata in passato favorita dall’uomo, grazie al fatto che cresce in fretta, si adatta a tutti terreni e si presta ottimamente alla ceduazione, cioè produce subito vigorosi ricacci dal ceppo quando l’albero viene tagliato. Il legno è duro e pesante, poco soggetto ai parassiti e molto resistente agli agenti atmosferici; viene usato soprattutto per paleria nelle campagne, ma anche come legna da ardere.

La chiesetta di S. ValentinoLa località Brenta di CaldonazzoIn Trentino ci sono molti posti presso i quali si possono osservare boschi di robinia sui vecchi terrazzamenti un tempo coltivati. Uno di questi luoghi è il Colle di Tenna, posto a cavallo tra i laghi di Caldonazzo e di Levico. Qui ci sono molti percorsi adatti a belle passeggiate; uno tra questi parte dalla località Brenta, frazione di Caldonazzo, e risale il colle raggiungendo la chiesetta di San Valentino, posta alla sua sommità meridionale. Il percorso è piuttosto ripido ma è ricco di spunti di interesse. Un tempo il versante era interamente coltivato a vite, poi l’abbandono dell’agricoltura ha portato all’imboschimento da parte delle robinie; negli ultimi anni c’è una spiccata tendenza a rimettere a coltura i terreni, per lo meno nei settori più favorevoli.
La presenza della chiesetta di San Valentino è documentata fin dal 1259. La struttura romanica originaria è stata modificata più volte: l’attuale abside gotico poligonale, illuminata da due ampie finestre a sesto acuto, potrebbe risalire agli inizi del 1500. Nel 1544, data scolpita su un capitello in pietra a destra dell’entrata, fu eretto un ampio portico per accogliere il celebrante quando, per epidemie, i fedeli seguivano i riti religiosi all’aria aperta. Prima del 1671 il portico fu tamponato, la parete di fronte abbattuta e spostata la porta di accesso al fine di prolungare la navata. Nel 1671 la navata originale fu coperta da quattro campate a volte a vela. Nel 1980, i restauri riportarono alla luce resti diaffreschi risalenti alla fine del Trecento.