laghestel in veste invernaleIl cavolo cappuccio, chiamato in Trentino capuss, è un ortaggio coltivato da noi fin dall’antichità. Ne esistono varietà che maturano in primavera-estate e altre autunnali o invernali. Con i cappucci affettati sottilmente e fatti fermentare in un apposito contenitore in legno, aggiungendo sale, si ottengono i crauti, conservabili nel tempo e ricchissimi di vitamina C, che previene lo scorbuto.

La zona di Pinè era nel passato considerata un’area di eccellenza per la produzione dei cavoli cappucci, la cui coltivazione, con relativa produzione di saporiti crauti, va oggi sempre più scemando. Nel 1500 i capussi che partivano da qui arrivavano alla mensa del Principe Vescovo Cristoforo Madruzzo, che pare li apprezzasse particolarmente. A Pinè venivano coltivati in abbondanza anche nei terreni marginali e poco adatti ad altri ortaggi, come i bordi delle conche paludose, tra cui ad esempio la spianata paludosa monte del Lago della Serraia e la conca del Laghestel di Pinè.

Proprio al Laghestel, che oggi è un Biotopo protetto (Riserva naturale provinciale) c’è la possibilità di fare una bellissima passeggiata tra i boschi di pino silvestre e di osservare molte interessanti specie di piante e di animali. L’ingresso al sentiero di visita del biotopo è lungo la provinciale che da Baselga di Pinè porta a Montagnaga, nei pressi di Località Ferrari. Il percorso è “un anello”, che si snoda lungo il territorio occupato dal biotopo per ricondurre alla fine della visita all’ingresso principale. L’intero percorso può essere portato a termine in circa due ore e mezzo, con passo tranquillo; il tracciato non comporta alcuna difficoltà tecnica e si svolge su un territorio pressoché pianeggiante. Lungo il percorso sono indicati 12 punti di particolare interesse, in corrispondenza dei quali è collocata una tabella con una breve frase illustrativa.

torretta per losservazione della faunala salamandra pezzata  un anfibio comune nei boschi del laghestel


In tempi lontani la conca del Laghestel era occupata da un grande lago profondo 20 metri che, subendo il naturale processo di impaludamento, ha dato vita alla formazione di una torbiera. Ora il lago occupa la parte più depressa della conca con superficie di 6.000 metri quadrati, diametro di 90 metri e profondità massima di 2,5 metri. Nonostante il suo aspetto “integro”, il piccolo bacino del Laghestel di Piné è stato per secoli al centro di varie attività umane, come documenta lo studioso Padre F. Ghetta in una ricerca storica basata su antichi documenti. Nel 1613 il lago e il territorio circostante fu venduto al Principe Vescovo di Trento Cardinale Madruzzo dalla comunità di Piné, che però si riservava il diritto di sfalcio dei prati, di pascolo e di abbeverata del bestiame. I documenti riportano anche vari tentativi di bonifica, condotti in tempi successivi – fino quasi ai nostri giorni – tramite lo scavo di fossi e canali; attorno al 1870 è documentata anche una modesta attività di estrazione della torba. A partire dal secondo dopoguerra sono stati abbandonati i prati e le colture (cavoli e patate) presenti nella conca e la vegetazione naturale si è progressivamente riappropriata del territorio. L’area è tutelata soprattutto per via del grande interesse botanico: sono qui infatti persenti piante e comunità vegetali rare e in via di scomparsa. Anche la fauna è particolarmente ricca. A titolo di esempio, basti considerare che il Laghestel di Pinè costituisce un luogo di riproduzione per ben 7 specie di rane, rospi e salamandre, più della metà dell’intera fauna di anfibi della provincia.